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Aggiornamento: 09/04/2010
Molte problematiche ambientali risultano spesso complesse e
controverse, sia per la loro intrinseca trasversalità, sia
perché correlate ad aspetti scientifici, economici, sociali,
etici etc. Neanche restringendo l’analisi su uno solo di tali
aspetti, il primo, ovvero quello scientifico, con gli strumenti
derivati dall’Ecologia o dalla Gestione sostenibile delle
risorse è possibile razionalizzare con una certa
attendibilità eventi e fenomeni dei quali è sicura
solo una loro caratteristica: l’indeterminismo.
Ammesso che sia possibile conoscere esattamente le condizioni
iniziali di un certo fenomeno, cosa che non avviene quasi mai,
è assai difficile prevedere esattamente cosa
succederà in un ecosistema a seguito di un qualche
intervento. Si pensi solo alle relazioni non lineari che correlano
l’erosione costiera alla climatologia meteo-marina, agli
eventi estremi, ai cambiamenti climatici, alla pressione antropica
e le conseguenze di certi interventi di difesa costiera sugli
ambienti dunali e quelli umidi retrodunali, che sono tra gli
ecosistemi più vulnerabili e più seriamente
minacciati.
La tipica tipologia ambientale di questi ecosistemi,
originariamente assai estesa nel nostro Paese e con una sua
intrinseca eterogeneità naturale, è stata
gradualmente alterata dal rapidissimo e fortissimo processo di
antropizzazione subito nel corso del secolo scorso non solo a
livello nazionale, ma anche mondiale. Essi risultano, attualmente,
suddivisi in frammenti di dimensioni sempre più ridotte e
separati da una matrice antropica nella quale le specie legate a
quella originaria tipologia ambientale a fatica compiono il loro
ciclo vitale o riescono a disperdersi.
Per questo nel corso degli ultimi anni, parallelamente a tale
azione distruttiva, è stato sviluppato anche nel nostro
Paese un percorso relativo al ripristino degli ecosistemi
marino-costieri e alla difesa delle coste basse che vede coniugati
i principi della gestione sostenibile con i concetti della
diversità (biologica, ecosistemica, di habitat etc.) e della
compatibilità ecosistemica. Assunto di partenza di tale
percorso è considerare le coste, in particolare quelle basse
e sabbiose, non come una mera risorsa, ma un bene ambientale
rinnovabile secondo modalità e tempi propri.
I limiti entro cui operare diventano così abbastanza
definiti: i beni ambientali vanno utilizzati rispettando i loro
cicli naturali di formazione, rinnovamento e stabilità, al
fine di garantire all’attuale generazione, ma soprattutto a
quelle future la possibilità di utilizzarli. In questo modo
anche i sistemi dunali, le praterie sottomarine di fanerogame, gli
stessi habitat marino-costieri devono essere considerati sistemi
autopoietici in grado di autorganizzarsi, secondo
un’efficienza funzionale propria, cui attribuire molteplici
valenze (ecologica, economica, culturale etc.). E l’uomo, su
tali sistemi, può e deve intervenire con azioni
necessariamente pianificate ed integrate, tenendo però
sempre presente la saggezza degli indiani d’America che
considerano la terra di cui si dispone non come un lascito dei
nostri padri, ma un prestito dei nostri figli.
In questo quadro di riferimento, il Dipartimento Difesa della Natura dell’ISPRA, Servizio Aree Protette e Pianificazione Territoriale, ha avviato nel 2008, attraverso un apposito gruppo di lavoro, una serie di attività conoscitive e di ricerca sullo stato attuale di tali ecosistemi marino-costieri, con particolare riferimento ai residui sistemi dunali italiani, per gli aspetti relativi all’erosione, all’antropizzazione e in genere ai rischi geoambientali cui sono soggetti. Nell’ottobre del 2009, lo stesso Servizio ha organizzato, congiuntamente a CATAP (Coordinamento delle Associazioni Tecnico-Scientifiche per l’Ambiente e il Paesaggio), l’apposito Convegno “SOS Dune. Stato, problemi, interventi, gestione”, e pubblicato i risultati della ricerca nel Rapporto ISPRA 100/2009 accessibile (in formato pdf).
Nel corso della ricerca, oltre alla raccolta di informazioni e
di dati bibliografici, sono stati consultati esperti e
professionisti (delle comunità locali, di Istituti pubblici
di ricerca, di Studi professionali privati, di ONG e Associazioni
di categoria) ed effettuati sopralluoghi mirati degli interventi
più significativi, realizzando il primo Repertorio nazionale
degli interventi di ripristino.
Sono stati pertanto censiti 30 interventi di ripristino, descritti
in apposite schede, suddivisi per le diverse realtà
regionali, come riportato nella sottostante tabella e in una
mappa
sinottica, dove risulta evidente la “frammentazione” di
tali interventi.
Numero e localizzazione degli interventi censiti nel Repertorio nazionale
Il Repertorio mette in evidenza un certo incremento, negli
ultimi anni, di tali interventi, quasi tutti realizzati con
tecniche derivate dall’Ingegneria Naturalistica, e
soprattutto l’uso, da parte delle amministrazioni locali, di
strumenti di cofinanziamento europeo (progetti LIFE e fondi
strutturali). Tutti, poi, sono poi stati realizzati in Aree
Protette o designate a tale status, rafforzando
l’idea, se ancora ce ne fosse bisogno, che
l’istituzione di Parchi, SIC, ZPS etc., ancor più se
parti integranti di strumenti di pianificazione territoriale,
rappresentano un “laboratorio” per la sperimentazione
di interventi ed opere ecocompatibili e costituiscono un punto di
forza sia per la conservazione della diversità (biologica ed
ambientale), sia per l’adattamento e la mitigazione degli
effetti derivati dai cambiamenti climatici.
Alto dato emerso dalla ricerca è la necessità di
integrare il ripristino di un isolato sistema dunale in una
più generale ricostituzione della connettività tra i
diversi frammenti, dato che gli stessi, isolati, di ridotte
dimensioni e collocati in paesaggi trasformati dall’uomo, non
consentono più il mantenimento della vitalità delle
popolazioni e la persistenza nel tempo di comunità,
ecosistemi e processi ecologici. L’applicazione dei principi
della Biologia della conservazione e delle discipline di settore
(la Pianificazione ambientale e l’Ecologia del paesaggio)
possono oggi consentire il mantenimento della continuità
fisico-territoriale ed ecologico-funzionale tra gli ecosistemi
dunali residui, nell’ambito di una strategia di conservazione
efficace ed efficiente.
Il nuovo paradigma, quindi, è non solo quello di effettuare
interventi di ripristino puntuali, laddove necessari, a livello di
singolo frammento, ma soprattutto mantenere e ripristinare la
connettività tra isole ecologiche sempre più
frammentate, secondo strategie di pianificazione territoriale
integrate per il mantenimento della biodiversità, a scala
locale, e dei processi ecologici, alla scala di paesaggio.
Il contributo che ISPRA intende fornire in tal senso, è quello di definire chiare linee guida sulla conservazione e gestione della naturalità negli ecosistemi marino-costieri, per il mantenimento di questi beni ambientali fortemente compromessi, attraverso il Gruppo di lavoro “Linee Guida dell’Ambiente e paesaggio nei settori infrastrutturali”.
Inoltre, ISPRA intende rendere fruibili al Sistema delle
Agenzie, a quello delle Aree Protette ed ad un pubblico di utenti
il più possibile ampio e diversificato i dati e le
informazioni finora raccolte e disponibili nella banca dati
SARA
(Sistema Agenziale e Ripristino Ambientale) sia per fornire
uno strumento operativo necessario alla conoscenza prima e
all’utilizzo poi delle specie vegetali italiane in opere di
risanamento e rinaturazione degli ambienti dunali, sia per i futuri
aggiornamenti previsti anche grazie alla collaborazione dei vari
utenti.
Per quanti intendono aggiornare il Repertorio con osservazioni ed
integrazioni agli interventi già censiti o segnalarne altri,
è disponibile on line una
scheda da compilare ed inviare a: sosdune@isprambiente.it