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Seguire le rotte degli uccelli marini per il futuro delle aree protette in Alto Mare

Uno studio su 13.000 uccelli marini dell'Atlantico e del Mediterraneo fornisce indicazioni scientifiche utili per estendere la tutela della superficie marina ad almeno il 30% del pianeta entro il 2030

L'espansione delle Aree Marine Protette (AMP) è uno dei pilastri dell'impegno internazionale per fermare la perdita di biodiversità causata dalle attività umane. L'accordo globale di Kunming-Montreal punta a tutelare almeno il 30% della superficie marina entro il 2030, obiettivo inserito a livello europeo nella Strategia Europea per la Biodiversità al 2030 e nella Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030.

Circa il 60% degli oceani è tuttavia costituito dall'Alto Mare: acque internazionali che si estendono oltre le 200 miglia nautiche dalla costa, rimaste a lungo prive di efficaci tutele condivise. Una lacuna colmata dall'entrata in vigore, a inizio 2026, dello storico Trattato ONU sull'Alto Mare (Accordo BBNJ), che offre finalmente la base giuridica vincolante per istituire riserve marine anche nelle acque extraterritoriali.

Berta minore Foto A. De Faveri ISPRA

Berta minore Foto A. De Faveri, ISPRA

Oltre i confini: cosa ci insegnano gli uccelli marini

Gli organismi marini non riconoscono i confini geopolitici stabiliti dalle convenzioni umane: gli uccelli marini pelagici (albatros, petrelli, berte e uccelli delle tempeste), i grandi cetacei, le tartarughe marine, gli squali pelagici e i grandi pesci ossei (tonni, pesci spada) compiono migrazioni di decine di migliaia di chilometri. Proteggere una specie all'interno dei mari ricadenti sotto la giurisdizione esclusiva di un singolo Stato costiero (es. acque territoriali, Zone Economiche Esclusive ZEE) è inefficace se la stessa viene catturata accidentalmente (bycatch), sovrasfruttata o disturbata non appena attraversa questi confini invisibili, in aree dove trascorre spesso oltre la metà del proprio ciclo vitale per alimentarsi o svernare.

Una risposta concreta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Letters a cui hanno partecipato ricercatrici e ricercatori dell’ISPRA. Analizzando i dati di tracciamento satellitare e geolocalizzazione di più di 13.000 uccelli marini di 44 specie che frequentano abitualmente l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo, i ricercatori hanno mappato le rotte migratorie e le aree di mare vitali per l'alimentazione. Posti al vertice delle reti trofiche marine, gli uccelli marini sono formidabili bioindicatori, ma anche tra i vertebrati più minacciati da catture accidentali durante le attività di pesca (bycatach), inquinamento e riscaldamento globale.

I risultati mostrano che l'Alto Mare Atlantico e Mediterraneo accoglie circa il 50% della presenza stagionale di questi migratori, al pari delle acque costiere. Ciononostante, nelle acque internazionali solo l'1,3% della superficie marina è tutelato, e l'intera rete attuale di AMP intercetta meno del 14% della densità delle specie studiate. Disegnare le future AMP sulle reali traiettorie dell'avifauna, coprendo il 30% della superficie oceanica, permetterebbe di proteggere fino al 70% di questa biodiversità pelagica. 

Conclusioni

I risultati ottenuti da questo studio per l'Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo costituiscono una solida base per la pianificazione delle future aree protette nell’area di riferimento, ma anche un punto di partenza per condurre analisi analoghe in altre regioni della Terra e, nello specifico, nel bacino del Mediterraneo, un mare ad altissima biodiversità ma fortemente vulnerabile alla pressione umana.

Berta maggiore foto M. Zenatello ISPRA

Berta maggiore foto M. Zenatello, ISPRA