Istituto Superiore per la Protezione
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Granito del foro

Collezione Pescetto
Type Granito del foro
Denominazione Marmor claudianum; Lapis psaronius
Classificazione petrologica gneiss tonalitico
Provenienza Egitto » Mar Rosso » Gebel Fatireh
Forma e dimensioni parallelepipedo 20 x 10 x 5 cm
Numero inventario 112.D

Pietra ornamentale caratterizzata da un fondo di colore bianco (cristalli di plagioclasio) punteggiato da macchie nere, di forma allungata e dimensioni millimetriche, le quali frequentemente si presentano iso-orientate (cristalli di biotite e orneblenda).

La denominazione di Granito del Foro deriva dal cospicuo impiego fatto di questa pietra nel Foro di Traiano. La denominazione di Marmor claudianum, invece, è riferita alla grande diffusione di questa pietra ornamentale sotto l'imperatore Claudio. Infine, la denominazione di Lapis psaronius è dovuta alla somiglianza del litotipo con il colore alle penne dello storno ('€œpsaros'€).

Ritenuto per lungo tempo un granito, questo litotipo è in realtà  una roccia ignea intrusiva (tonalite) successivamente sottoposta a metamorfismo (gneiss), come dimostrato dalla iso-orientazione dei minerali femici (cioè di ferro e magnesio: biotite e orneblenda).
I costituenti mineralogici principali del litotipo sono: plagioclasio (in cristalli di dimensioni centimetriche), biotite e orneblenda (in cristalli di dimensioni millimetriche). I costituenti mineralogici subordinati sono quarzo e feldspato potassico. I costituenti accessori sono: titanite, apatite, zircone, epidoto, ossidi di ferro. Specie mineralogiche di origine secondaria sono: calcite, clorite, sericite.
Chimicamente, la roccia originaria poteva avere contenuto in silice, e rapporto tra alcali e ferro più magnesio, variabili in un intervallo di valori relativamente medio-bassi (da granodiorite a tonalite). Il Granito del Foro venne introdotto a Roma a partire dalla metà  del I sec. d.C. (durante l'impero di Claudio). Il suo impiego raggiunse il massimo sviluppo nella metà  del II sec. d.C. (sotto Antonino Pio) e proseguì fino agli inizi del IV sec. d.C. (sotto Costantino). Il litotipo si diffuse in tutto l'impero. Infatti, alla stessa stregua del Porfido rosso antico [vedi campione 70.D], anche il Granito del Foro fu considerato simbolo del potere imperiale, per cui venne utilizzato in rotae. Inoltre, fu diffusamente impiegato in elementi portanti: 108 colonne nel Foro di Traiano, 26 colonne nel Tempio di Traiano e 148 colonne nel Tempio di Venere e Roma erano scolpite in questa pietra. Il Granito del Foro fu oggetto di intenso riutilizzo, documentato almeno fino al XVII secolo (principalmente per colonne, lastre di rivestimento, vasche).
Gli impieghi e reimpieghi conosciuti di questo litotipo consistono quindi in elementi portanti (colonne), rivestimenti (cornici e lastre parietali; soglie e lastre pavimentali; rotae) ed elementi ornamentali (vasche).
Il Granito del Foro era considerato una pietra di medio pregio: il suo costo nell'Editto di Diocleziano (301 d.C.) era pari a 100 denari per piede cubo.

Il Granito del Foro proviene da numerosi siti estrattivi sparsi sul massiccio del Gebel Fatireh. Questo monte è sito circa quaranta chilometri a sud-est del Gebel Dokhan, area di estrazione del Porfido rosso antico [vedi campione 70.D]. Entrambi i massicci appartengono alla catena dei Monti del Mar Rosso, che si eleva nel Deserto Orientale dell'Egitto. L'area era pertinenza anticamente della regione della Tebaide, e attualmente del governatorato del Mar Rosso.
Le attività  estrattive sono state tanto intense, da originare diversi toponimi: infatti, i Romani chiamavano l'area di estrazione Mons Claudianus, mentre gli arabi la chiamavano Umm Diqal ('€œmadre delle colonne'€, in riferimento alle numerose colonne abbandonate in cava perché danneggiate durante la lavorazione, le quali spesso sono visibili ancora attualmente). Il campione 112.D, appartenente alla Collezione Pescetto, proviene dagli scavi di Roma antica.